sabato 9 luglio 2016

LE MEMORIE NON DICHIARATE

In realtà esistono particolari tipi di ricordi, detti "memorie implicite", di cui non siamo consapevoli, che influenzano fin dalla nascita lo sviluppo della personalità. Prima della maturazione dell'ippocampo, il cervello registra le abilità gestuali, le acquisizioni per condizionamento (se cadi, ti fai male) e forse anche nomi e significati degli oggetti soltanto come "abilità non consapevoli". Ma non è solo un problema di maturazione dell'ippocampo. Nel nostro database inaccessibile ci sono tutti i "ricordi" di quando non sapevamo ancora parlare e descrivere emozioni e stati d'animo. Harlene Hayne e Gabrielle Simcock, psicologhe Dell'University of Otago (Nuova Zelanda), sono convinte che anche se non si ricordano gli eventi della prima infanzia, essi sono ancora li. Quello che ci manca è il catalogatore per raggiungerli: il vocabolario. Le ricercatrici hanno fatto giocare alcuni bimbi con uno strumento complesso. Quando, un anno dopo, li hanno interrogati, i bambini hanno risposto usando il vocabolario di cui disponevano l'anno prima. «In un anno avevano acquisito un vocabolario molto più completo, ma non erano in grado di usarlo per descrivere l'esperienza dell'anno precedente» dice Hayne. Eppure il ricordo dell'esperienza era li: quando ai bambini fu mostrata una foto del gioco, erano in grado di dimostrare come ci avevano giocato. La loro abilità di ricordare era superiore alla loro capacità di parlarne. «Il linguaggio funziona come un sistema di catalogazione per la memoria» dice Hayne. «Le esperienze che precedono la possibilità di catalogarle con il linguaggio spariscono, perché non hanno indice. Il volume è nello scaffale, ma solo il caso lo fa trovare».

Ripercussioni

Buona parte di ciò che facciamo lo dobbiamo proprio alle memorie implicite. Spiega Alberto Oliverio, direttore dell'Istituto di Psicobiologia del Cnr: «Quando guidiamo l'auto, andiamo in bici o manipoliamo oggetti, in realtà usiamo una serie molto complessa di aggiustamenti motori senza rendercene conto». Anzi, li usiamo così bene proprio perché non ce ne rendiamo conto: se dovessimo comportarci al volante come alla prima lezione di guida (adesso metto in folle; accendo il motore; metto la freccia; inserisco la prima e schiaccio l'acceleratore) il traffico sarebbe lento e faremmo più incidenti. Abbiamo imparato davvero qualcosa quando dimentichiamo di conoscerla. Ma l'inconscio agisce ancora più profondamente.

Autoinganno

Dice Oliverio: «A volte estendiamo alcune caratteristiche di una persona che ci è simpatica o antipatica ad altre convinti inconsciamente che alcuni tratti somatici siano tipici della simpatia». Forse è proprio per questo che la prima impressione, "a pelle", ci influenza più di quelle successive. Per quanto ci riguarda, invece, amiamo idealizzarci. Se un attore, alla fine di un monologo, viene fischiato, può dare la colpa alla sua cattiva recitazione o all'ignoranza del pubblico. La prima ipotesi è razionale ma dolorosa. La seconda, non fa soffrire ma nega la realtà. Di noi ci piace pensare che siamo buoni, bravi, onesti. L'inconscio però sa la verità. «La coscienza è una facciata per ingannare gli altri e noi stessi. La verità è nell'inconscio» dice Robert Trivers della Rutgers University (Usa). «L'autoinganno ha una sua utilità: se riesci a convincerti che sei il migliore, bluffi meglio. Mentre se conosci le tue debolezze, le condizioni competitive ti mettono in difficoltà. Insomma, meglio credere di essere i migliori, anche se non è vero».

I meccanismi di difesa

E se i meccanismi di difesa individuati da Sigmund Freud (repressione dei ricordi sgraditi ecc.) fossero causati da problemi della corteccia cerebrale destra? Lo sostiene V S. Ramachandran, docente di neuroscienze a San Diego, che ha studiato pazienti che rifiutano di accettare i sintomi di paralisi degli arti dovute a lesioni all'emisfero sinistro. Sulla sedia a rotelle sono convinti di muoversi a loro piacere, mentre conservano la coscienza di altri mali non neurologici.
Secondo Ramachandran, infatti, l'emisfero sinistro è "conservatore", incorpora ogni nuovo dato in modo da avere una visione del mondo coerente coi ricordi già immagazzinati ed esclude i dati minacciosi. L'emisfero destro invece rileva tutte le incongruenze e costringe il sinistro a rivedere il proprio modello di realtà. Ma se l'emisfero destro è danneggiato non si possono vedere le incongruenze. Questo capita non solo ai pazienti di Ramachandran, ma anche ai nevrotici.

I Lapsus

Anche quando il ricordo sembra perfettamente cosciente non corrisponde mai a ciò che è veramente successo, perché è influenzato da variabili emotive. Lo dimostra l'esperimento del foulard di Edouard Claparède, psicologo svizzero che all'inizio del '900 fece interrompere una lezione per 20 secondi da un disturbatore con un foulard bianco e marrone. Foulard che nelle descrizioni dei testimoni divenne rosso, come "deve" essere un foulard rivoluzionario. L'inconscio gioca scherzi anche con lapsus e atti mancati nei quali, senza volerlo, diciamo o facciamo ciò che volevamo nascondere. «Un mio paziente perdeva sempre la carta d'identità nei periodi di crisi» dice Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicanalista. Un altro, che in seduta non riusciva a raccontare di sé, dimenticava da me l'agenda o le chiavi di casa, come a dire che una parte di lui era disponibile a farsi conoscere". Tutte "verità" che superano il controllo della coscienza.
Fonte Focus

venerdì 24 giugno 2016

Neuroscienze, il lato cognitivo della corteccia motoria

Neuroscienze: il lato cognitivo della corteccia motoria

E’ una regione del cervello che governa il movimento, ma non solo. Inaspettatamente si attiva anche durante lo svolgimento di alcuni compiti cognitivi. Lo studio dell’IRCCS Medea appena pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience
neuroscienze

L’area cerebrale che si attiva quando compiamo un movimento si attiva anche quando eseguiamo compiti cognitivi, come ricordare una sequenza di numeri o parole, ascoltare una melodia, immaginare come possa apparire un oggetto da un altro punto di vista o addirittura provare empatia quando vediamo un'altra persona soffrire.

Lo dice un gruppo di ricerca dell’IRCCS Medea – La Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento, che ha esaminato i dati in letteratura su studi di neuroimaging, cioè quei lavori che indagavano quali aree cerebrali venivano attivate in soggetti impegnati in un determinato compito: in particolare sono stati presi in esame gli studi sulla corteccia motoria primaria, una regione del lobo frontale tradizionalmente pensata come l’area che governa il movimento.

Il lavoro, appena pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, modifica il ruolo di quest’area del cervello, conferendole anche una possibile dimensione cognitiva.

I ricercatori hanno eseguito uno studio di meta-analisi quantitativa combinata con l'uso di mappe dell’architettura cellulare della corteccia motoria, per verificare che effettivamente le attivazioni corticali durante compiti cognitivi avvenissero all’interno dell’area indagata e non in quelle limitrofe.

In totale sono stati analizzati dati provenienti da 126 esperimenti, 1.818 soggetti e 2.030 coordinate di attivazione cerebrale.

Ebbene, gli studi di neuroimaging indagati hanno riportato attivazione funzionale nella corteccia motoria durante sei diverse categorie di compiti cognitivi: l’immaginazione motoria, la memoria di lavoro, la rotazione mentale, l’elaborazione sociale, la lingua e l'elaborazione uditiva.

L'analisi ha evidenziato che le diverse categorie cognitive attivano in maniera consistente diversi settori dell'area motoria e ha valutato anche l’ampiezza e la localizzazione del tessuto cerebrale dedicato.

Compiti di elaborazione sociale, emozioni, empatia attivano l'area 4a dell'emisfero sinistro, compiti linguistici (elaborazione verbi di azione) attivano le aree 4a e 4p di entrambi gli emisferi cerebrali, la rotazione mentale attiva l'area 4a sinistra, la working memory attiva l'area 4a destra, la simulazione mentale dei movimenti attiva entrambe le aree 4a e 4p di sinistra, e l'elaborazione uditiva attiva l'area 4a di sinistra.

Risulta inoltre un’area comune (area 4a sinistra) che è impegnata durante lo svolgimento di compiti appartenenti a molte (4/6) delle categorie cognitive testate: quest'area corrisponde alla rappresentazione nella corteccia motoria della mano. Credit Le Scienze 22 giugno 2016

venerdì 3 giugno 2016

Alla scoperta dei geni dell'autism

Alla scoperta dei geni dell'autismo (e non solo)

Gaia Novarino studia le basi genetiche e molecolari dei disturbi neurologici dello sviluppo e per questo ha ricevuto un prestigioso riconoscimento internazionale. Ecco cosa racconta la biologa della sua ricerca su autismo, ritardo mentale ed epilessia in questa intervista a "Le Scienze"

Autismo, ritardo mentale, epilessia: sono i disturbi neurologici dello sviluppo di cui più si occupa Gaia Novarino, oggi in forze all’Istituto austriaco di scienza e tecnologia di Klosterneuburg, andandone a cercare le basi genetiche e molecolari. Sua, per esempio, la recente scoperta del coinvolgimento di un gene, SETD5, in una certa parte di casi di ritardo mentale. Proprio per queste ricerche, giudicate «eccezionali e innovative», a Novarino è stato conferito il Boehringer Ingelheim FENS Research Award, uno dei più prestigiosi riconoscimenti europei per giovani neuroscienziati. La consegna ufficiale avverrà a luglio, durante il Forum biennale della Federazione delle società europee di neuroscienze (FENS).

Partiamo dal premio: che cosa significa per lei?

Non me lo aspettavo ed è stata una bella sorpresa. Sapere che la propria ricerca ha un impatto riconosciuto con un premio aiuta a compensare le inevitabili frustrazioni quotidiane del lavoro. Non solo: visto che sono arrivata in Austria dopo alcuni anni negli Stati Uniti, questo riconoscimento è un’occasione per riavvicinarmi alla comunità scientifica europea e portare alla sua attenzione un tema, quello delle basi genetiche di disturbi come l’autismo, che è ai primi posti nell’agenda della ricerca statunitense, ma è un po’ più trascurato da noi.

Oltre che di autismo, lei si occupa anche di ritardo mentale ed epilessia: perché proprio queste tre condizioni?

Perché sono spesso sovrapposte. Circa un quarto dei bambini con autismo prima o poi sviluppa epilessia e la metà presenta ritardo mentale. D’altra parte, molti bambini con epilessia hanno anche autismo e ritardo cognitivo. L’ipotesi è che alla base di questi disturbi, che insorgono come conseguenza di anomalie nello sviluppo del sistema
nervoso, ci siano meccanismi genetici comuni. Ovviamente parliamo di una genetica complessa, perché le forme possibili sono tantissime: da quelle monogeniche, in cui il disturbo dipende da mutazioni in un singolo gene, a quelle dovute a riarrangiamenti cromosomici più massicci. E ancora, ci sono forme che dipendono dalla combinazione casuale e rara di variazioni genetiche comuni nella popolazione e altre che sono frutto di un’interazione tra una particolare suscettibilità genetica e uno stimolo ambientale, come potrebbe essere un’infezione virale.

Su quali forme si concentra il suo gruppo?

Siamo partiti da quelle monogeniche, tutto sommato le più semplici da studiare anche se sono caratterizzate da grande eterogeneità, cioè dal fatto che possono essere coinvolti moltissimi geni differenti. Significa che, presi 1000 pazienti, c’è un’altissima probabilità che ognuno abbia una mutazione in un gene diverso: in altre parole ancora, la manifestazione clinica può essere la stessa, ma il difetto genetico alla base varia da paziente a paziente. In questo senso ci ha stupito positivamente la scoperta che il gene SETD5 risulta mutato nell’uno per cento circa dei pazienti con ritardo mentale: una percentuale che in questo contesto è molto alta. Ora stiamo anche cercando di capire che cosa faccia questo gene: l’ipotesi è che si tratti di un regolatore della trascrizione, capace di orchestrare a cascata l’attività di tanti altri geni. Forse per questo la sua mutazione ha effetti tanto devastanti. Un’altra possibilità è che la sua alterazione renda il cervello meno «plastico» e dinamico, meno pronto a reagire ai segnali esterni che si modificano di continuo durante lo sviluppo.

Quali metodi usate per queste indagini?

I più diversi. Sul fronte molecolare sono una grande fan delle nuove tecniche di editing genetico, utilissime per studiare le funzioni dei geni. Ma facciamo anche analisi istologiche sui cosiddetti minibrain, minicervelli sviluppati a partire da cellule staminali, ed esperimenti di elettrofisiologia o di comportamento su modelli animali, in particolare il topo.

Alla scoperta dei geni dell'autismo (e non solo)
Minicervelli ricavati da cellule staminali, utili per lo studio delle cause biologiche di disturbi neurologici (Cortesia Novarino)


Lo studio delle basi genetiche dei disturbi neurologici dello sviluppo è recente ma in rapida espansione. Perché è considerato tanto importante?

C’è una prima ragione profondamente umana: perché per i genitori dei bambini colpiti da questi disturbi è fondamentale capirne le cause. Sapere che cosa ha portato alla malattia è spesso un passo importante per l’accettazione. Poi ci sono le ragioni scientifiche. Sappiamo ancora assai poco riguardo al funzionamento del cervello umano e studiare i geni alla base di queste malattie permette di scoprire nuovi dettagli. Oltre che di identificare eventuali vie biologiche comuni a diverse malattie o a diverse forme della stessa malattia.

Ci può spiegare meglio?

Supponiamo di scoprire che un certo gene è coinvolto nell’insorgenza di un ritardo mentale: capire che cosa fa quel gene nella cellula significa identificare una via biologica che potrebbe avere a che fare anche in altri punti (cioè con altri geni) con il ritardo mentale. Questo da un lato aiuta a indirizzare meglio le ricerche quando ci si trova di fronte a un nuovo paziente, dall’altro riduce l’ambito di lavoro rispetto alle possibili terapie. Per esempio: si stima che nelle forme genetiche di autismo siano coinvolti 500-1000 geni, ma può darsi che tutti questi facciano capo a un numero molto inferiore di vie biologiche, poniamo una cinquantina. È ben diverso cercare di mettere a punto 500 o 1000 terapie differenti o solo 50.

A proposito di terapie, questo tipo di studi può portare anche a ricadute concrete?

Certo, è quello che è successo con una scoperta di qualche anno fa, quando ancora lavoravo a San Diego. Con il mio gruppo di allora, avevamo identificato un gene responsabile di una rara forma di autismo associato a epilessia e coinvolto nel metabolismo di particolari amminoacidi. Abbiamo anche scoperto che, almeno in modelli animali, la somministrazione di quegli amminoacidi è in grado di prevenire l’insorgenza del disturbo o di trattarlo se già presente. Ora sono in corso ulteriori sperimentazioni.

Tornando al contesto delle neuroscienze europee: che cosa pensa dello Human Bran Project, il progetto finanziato dalla Commissione Europea che punta alla simulazione al computer di tutte le attività del cervello umano?

Sono molto critica e infatti sono stata tra coloro che nel 2014 hanno firmato una lettera con la richiesta alla Commissione di rivedere il finanziamento del progetto. Credo che i tempi non siano ancora maturi per una modellizzazione completa del cervello umano, e che gli stessi fondi si potrebbero impiegare in modo più proficuo in lavori sperimentali, in grado di produrre dati concreti.

(L'originale di questo articolo è stato pubblicato su"Le Scienze" n.569, gennaio 2016)
-------------
CHI E'
Gaia Novarino, 39 anni, si è laureata in biologia alla «La Sapienza» Università di Roma. Già durante il dottorato, conseguito sempre a Roma, si è spostata all’estero, dove ha svolto tutta la sua carriera, in particolare al Max Delbruck Center for Molecular Medicine di Berlino e all’Università della California a San Diego. Dal 2014 dirige un gruppo di ricerca all’Istituto austriaco di scienza e tecnologia di Klosterneuburg, dove insegna neurogenetica e biologia dei disturbi neurologici. Ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche, tra le quali tre come primo autore sulla rivista «Science». Oltre al premio Boehringer Ingelheim FENS, ha ricevuto nel 2012 e nel 2014 due premi del CURE, Citizen United for Research in Epilepsy, agenzia non governativa statunitense che si occupa di ricerca sull’epilessia.


Autismo: le differenze tra ragazze e ragazzi

Autismo: le differenze tra ragazze e ragazzi

Ci sono delle vere e proprie differenze biologiche nel cervello di ragazzi e ragazze affetti dai disturbi dello spettro autistico. Lo dimostra una ricerca, condotta dall’Uc Davis Mind Institute e pubblicata su Molecular Autism, che ha analizzato quali sono le differenze a livello cerebrale tra bambini e bambine con autismo rispetto ai loro coetani non autistici.

I Disturbi dello spettro autistico (Dsa) sono disturbi dello sviluppo a livello neurologico che colpiscono più frequentemente i ragazzi rispetto alle ragazze, in un rapporto di 4 a 1. In generale si stima che circa 1 su 42 ragazzi e 1 su 189 ragazze sia autistico, mentre l’incidenza complessiva varia invece da 1 su 68 bambini a 1 su 150.

Nel tentativo di far luce sulle caratteristiche di questa patologia e sulle differenze tra ragazzi e ragazze affetti da autismo e non, i ricercatori hanno analizzato con risonanza magnetica la struttura del cervello di bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni (112 maschi e 27 femmine) con autismo, e 53 bambini e 29 bambine non affetti da Dsa. “È importante”, ha commentato in proposito Christine Wu Nordahl della University of California di Davis, tra gli autori del paper: “identificare le differenze nella biologia di base tra ragazzi e ragazze, perché ciò potrebbe aiutarci a determinare se ci sono differenze eziologiche di autismo, che potenzialmente potrebbe portarci a diversi trattamenti e interventi”.

Analizzando i risultati, gli scienziati hanno osservato che nei bambini affetti da Dsa, relativamente ai controlli, le regioni che proiettano alla corteccia frontale superiore erano più piccole. Un altro pezzo in più nel puzzle che cerca di mettere insieme le differenze nel cervello delle persone autistiche. Inoltre, i ricercatori hanno anche osservato differenze nella regione del corpo calloso, la regione del cervello che collega gli emisferi destro e sinistro, tra bambini e bambine autistici. “Abbiamo scoperto che l’organizzazione delle fibre callose era differente in maschi e femmine con autismo, in particolare quelli proiettare nei lobi frontali,” ha spiegato Nordahl, precisando come i lobi frontali svolgano un ruolo fondamentale nel comportamento sociale e nelle funzioni esecutive: “Le differenze nei pattern di organizzazione delle fibre callose possono portare a differenze nel modo in cui l‘autismo si manifesta nei ragazzi e nelle ragazze”.

In una ricerca parallela presentata all’Imfar (International Meeting for Autism Research), Nordahl ha analizzato anche le differenze comportamentali tra bambini e bambine con autismo e non. Gli scienziati hanno così scoperto che le differenze osservate tra ragazze con o senza Dsa sono generalmente maggiori di quelle che si riscontrano tra ragazzi autistici e non. “In altre parole, le ragazze con autismo si discostano di più dallo sviluppo tipico delle ragazze che i ragazzi con autismo rispetto ai loro coetanei, il che suggerisce che le ragazze con autismo abbiano difficoltà sociali più serie rispetto ai ragazzi”.

Quanto scoperto, conclude Nordahl, ha bisogno però di essere confermato da ulteriori studi sulle differenze neurobiologiche, comportamentali e di genere tra soggetti autistici e non, magari aumentando il numero di ragazze incluse negli studi.

Riferimenti: Molecular autism Doi:10.1186/s13229-015-0005-4

Credits immagine: Ciprian Silviu Ionescu/Flickr CC

mercoledì 18 maggio 2016

SE A SCUOLA LA GENETICA CONTA PIÙ DELL'INSEGNAMENTO!

SE A SCUOLA LA GENETICA CONTA PIÙ DELL'INSEGNAMENTO!

La componente innata, ereditata dai genitori per via genetica, è più importante di quella educativa nello spiegare le differenze di rendimento scolastico. E' quanto risulta da un ampio studio sui punteggi ottenuti da 11.000 coppie di gemelli negli esami di scuola secondaria del Regno Unito, che evidenzia però una differenza tra le materie: prestazioni positive in biologia, chimica e fisica sembrano infatti più ereditabili rispetto a letteratura, arte e musica. La conclusione conferma che l'educazione di bambini e adolescenti non può prescindere dal riconoscimento e dalla valorizzazione delle inclinazioni individuali.

I risultati agli esami dipendono più dai geni che dalla qualità dell'insegnamento: è quanto risulta da un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori del King's College di Londra e apparso sulla rivista PLOS ONE.

Il dibattito sull'importanza relativa di natura e cultura - il cosiddetto nature vs nurture - impegna da decenni filosofi, psicologi e pedagogisti nel tentativo di stabilire quale sia la parte innata e quale invece quella appresa delle qualità individuali dell'essere umano.

Attualmente, il problema viene studiato nell'ambito della branca della psicologia nota come genetica del comportamento, che si occupa di misurare con metodi standardizzati diversi aspetti della personalità e di metterli a confronto tra soggetti che condividono in parte o del tutto il patrimonio genetico (gemelli, fratelli e parenti di diverso grado) oppure l'ambiente.

Soggetti privilegiati di questi studi sono i gemelli omozigoti, dal momento che hanno in comune il 100 per cento dei geni: in questo caso è più facile valutare il contributo allo sviluppo psichico dell'ambiente, per esempio la famiglia (se è la stessa o se i soggetti sono vissuti in famiglie adottive differenti), la scuola (se è la stessa o no) o la cerchia di amici. Proprio grazie alle ricerche sui gemelli è stato stabilito tra l'altro che una qualità come l'intelligenza è fortemente correlata a quella dei genitori biologici e molto meno all'ambiente.

In quest'ultimo studio, sono stati analizzati con metodi statistici i punteggi ottenuti da più di 11.000 coppie di gemelli identici nel General Certificate of Secondary Education (GCSE), un esame che viene sostenuto nel Regno Unito a 16 anni, al termine della scuola dell'obbligo.

I dati dei punteggi complessivi mostrano che la genetica spiega in media il 58 per cento della variabilità dei risultati ottenuti negli esami, mentre solo il 29 per cento della variabilità è dovuto all'ambiente condiviso. La percentuale restante è infine da attribuire all'ambiente non condiviso.

I dati disaggregati mostrano invece qualche interessante differenza tra materie scientifiche e materie artistiche. Le capacità che consentono di risolvere i problemi in biologia, chimica e fisica sembrano infatti più ereditabili rispetto a letteratura, arte e musica. Per le prime le differenze esistenti tra i diversi soggetti sono da attribuire per il 58 per cento alla genetica, per le seconde invece la percentuale si riduce al 42 per cento.

“I bambini mostrano notevoli differenze nella facilità di apprendimento scolastico: la nostra ricerca mostra che queste differenze sono da attribuire più ai geni che all'educazione”, spiega Nicholas Shakeshaft, uno degli autori della ricerca. “Bisogna però fare una puntualizzazione sul significato di questi numeri: poiché stiamo studiando un'intera popolazione, non significa che la genetica spiega il 60 per cento delle prestazioni di un singolo soggetto, ma che spiega il 60 per cento delle differenze tra gli individui.

I risultati dello studio potrebbero avere notevoli ripercussioni per chi studia pedagogia e didattica. "È importante riconoscere l'importanza del ruolo della genetica nei risultati scolastici degli alunni”, ha sottolineato Robert Plomin professore di psichiatria del King's College di Londra e autore senior dello studio. “Ciò significa che il miglioramento del rendimento scolastico può essere ottenuto con sistemi educativi in grado di riconoscere e valorizzare le abilità e le necessità dei singoli, che sono in gran parte predisposizioni genetiche”. Credit Le Scienze 

lunedì 2 maggio 2016

Antonio Damasio, emozioni e cognizione

Antonio Damasio, emozioni e cognizione

Phineas Gage era un abile ed esperto capo operaio americano, che, in un giorno per lui sfortunato del 1848, ebbe il cranio trapassato da un palo di ferro lungo un metro e dieci centimetri, del diametro di circa tre centimetri. Il palo, sparato dall'esplosione accidentale di una carica da mina, penetrò nella guancia sinistra di Gage e uscì dalla sommità del suo cranio avendo attraversato la parte frontale del cervello. Gage perse i sensi solo per pochi minuti. Fu curato da un medico molto capace - il dottor John Harlow - che gli evitò le conseguenze peggiori dell'inevitabile infezione. Guarì, e non solo: le sue capacità cognitive (linguaggio, ragionamento, ecc.) risultarono sostanzialmente intatte. Eppure, aveva subito un mutamento profondo, che gli avrebbe reso impossibile una vita normale. Nelle parole del suo medico, egli era divenuto "bizzarro, insolente, capace delle più grossolane imprecazioni (da cui in precedenza era stato del tutto alieno)... a volte tenacemente ostinato, e però capriccioso e oscillante: sempre pronto a elaborare molti programmi di attività future che abbandonava non appena li aveva delineati". Non fu in grado di tornare al suo vecchio lavoro, ne di tenerne altri per un periodo sufficiente; morì a San Francisco nel 1861, forse in seguito a una serie di attacchi di epilessia.

Che cosa era successo esattamente a Phineas Gage, e che cosa succede agli altri che, come lui, subiscono una lesione selettiva alle cortecce prefrontali del cervello? L'eccellente libro di Damasio è - tra molte altre cose - un tentativo di rispondere a questa domanda. La risposta è dettagliata, e chiama in causa molte conoscenze e non poche speculazioni (non tutte cogenti, ma sempre interessanti): tra l'altro, si intreccia con una teoria generale del rapporto tra mente e corpo, con un'ipotesi sulla costituzione del sé e sulla coscienza e con una teoria delle emozioni e dei sentimenti. Qui cercherò di limitarmi al filo principale di questo intreccio.

Il problema è chiaro. I pazienti prefrontali come Gage si comportano in modo "irrazionale": in particolare, a essere menomati sono i loro processi decisionali. Per esempio, in un'occasione un paziente di Damasio, dovendo scegliere la data dell'appuntamento successivo (una decisione banale e non particolarmente problematica), andò avanti per quasi mezz'ora a soppesare i pro e i contro delle possibili alternative in relazione ad altri impegni, alle condizioni del tempo, a ogni possibile elemento interferente; salvo poi accettare senza esitazione la data proposta dai medici. Eppure, questi pazienti non presentano anomalie dei processi cognitivi: parlano e ragionano normalmente. Questo suggerisce che la deliberazione non sia un compito puramente cognitivo, non sia cioè - come vorrebbe una tradizione che da Kant giunge alle moderne teorie della scelta razionale - un puro calcolo di costi e benefici, che esamina uno dopo l'altro i corsi d'azione possibili scegliendo infine quello caratterizzato dalla massima "utilità attesa".

Se davvero dovessimo decidere a questo modo, saremmo come i cerebrolesi studiati da Damasio: non ne usciremmo mai. Saremmo sempre nelle condizioni dell'asino di Buridano, che muore di fame non riuscendo a decidersi tra due mucchi di fieno. Certo, nel caso dell'asino i due mucchi erano uguali; ma il punto è che non è sempre facile determinare - in termini strettamente cognitivi - quale di due mucchi è il più grosso: "Non è facile tenere a mente i molteplici livelli di guadagni e perdite che bisogna confrontare: dalla lavagna della memoria semplicemente scompaiono le rappresentazioni dei passi intermedi che bisogna tenere in serbo... Di quei passi intermedi si perdono le tracce, giacché attenzione e memoria operativa hanno capacità limitata".
Se la deliberazione dev'essere possibile nei tempi e con le risorse normalmente disponibili a un essere umano, dev'esserci un meccanismo automatico che la semplifica drasticamente: ed è all'alterazione di questo meccanismo che dev'essere imputata la menomazione a cui sono soggetti i pazienti prefrontali.

Questo meccanismo, per Damasio, ha a che fare con le emozioni, le quali svolgono, nella produzione di comportamenti razionali, un ruolo molto più importante di quello che viene loro solitamente attribuito. Damasio ritiene che ci siano buone ragioni, sia neurobiologiche sia psicologiche, per respingere l'immagine consolidata secondo cui le emozioni sarebbero appannaggio del nucleo evolutivamente più antico del cervello (ipotalamo, sistema limbico, ecc.), mentre la razionalità sarebbe gestita dalla corteccia cerebrale più recente. Secondo lui, ciò che chiamiamo razionalità è l'effetto combinato di parti antiche e parti recenti. Più o meno quello che sostiene Paul McLean con il Cervello trino, cioè convivono nell'encefalo un cervello rettile, uno mammifero antico e uno umano!

Quando deliberiamo, all'esito dei corsi d'azione alternativi che ci immaginiamo è connesso un marcatore somatico, positivo o negativo. Il marcatore è un segnale che ha la funzione di incentivare o disincentivare le scelte al cui esito è associato, in modo tale che esse vengano decisamente preferite o invece escluse dalla considerazione del deliberante. L'esempio più chiaro di marcatore somatico (negativo) è la spiacevole sensazione alla bocca dello stomaco che proviamo quando ci immaginiamo l'esito negativo di una certa possibile scelta. Ma non è indispensabile che il corpo subisca davvero una modificazione; esiste un meccanismo alternativo in cui il corpo viene aggirato: le cortecce prefrontali e l'amigdala dicono alla corteccia somatosensitiva di organizzarsi come se il corpo fosse stato messo in un certo stato. Il cervello, in parole povere, percepisce un corpo "emozionato" anche se il corpo non è davvero cambiato.

In entrambi i casi, l'idea è che le alternative vengono preselezionate anche in base al loro contenuto emotivo, dove un'emozione "è un insieme di cambiamenti dello stato corporeo connessi a particolari immagini mentali che hanno attivato uno specifico sistema cerebrale", e provare un'emozione è l'esperienza di quei cambiamenti in giustapposizione alle immagini mentali che hanno dato avvio al ciclo. Non so quanto l'anticartesiano Damasio sia consapevole della forte somiglianza tra il suo modo di guardare a emozioni e sentimenti e la teoria delle passioni di un grande cartesiano eterodosso, Spinoza: il sentimento, per Damasio, è l'esperienza di ciò che il corpo fa "mentre corrono i pensieri riguardanti specifici contenuti"; Spinoza, unificando emozioni e sentimenti nella nozione di affetto, diceva che un affetto è un'"affezione del corpo... e insieme l'idea di questa affezione".

Una serie di test estremamente ingegnosi mostrano che i pazienti prefrontali sono meno capaci di emozioni dei soggetti normali; nel senso, per esempio, che non esibiscono risposte somatiche a immagini emotivamente coinvolgenti, pur sapendo che si tratta di immagini emotivamente cariche, (vedi i neuroni specchio di Rizzolatti) ed essendo perfettamente in grado di spiegare di quali specifiche emozioni si tratta: essi sono in grado di dire che un'immagine dovrebbe suscitare orrore, ma nulla nel loro corpo esprime un tale orrore. In loro si è interrotto il circuito immaginazione - risposta somatica - cambiamento mentale che nei soggetti normali è alla base dei processi deliberativi. D'altra parte, vi sono secondo Damasio buone ragioni neurobiologiche per ritenere che le aree prefrontali siano proprio quelle deputate alla gestione della maggior parte dei processi implicati nel circuito in questione.

L'immagine di un cervello che invia segnali al corpo e a sua volta ne "ascolta" continuamente e attentamente le risposte ("il cervello è l'avvinto uditore del corpo") si generalizza, nel libro di Damasio, in un'immagine del rapporto tra mente e corpo e in una teoria del sé, in cui è centrale la costante rappresentazione cerebrale dello stato del corpo. Il sé è fatto in parte di memoria autobiografica (sapere come ci chiamiamo, dove abitiamo, che cosa ci piace, che vita abbiamo vissuto, ecc.) e in parte non minore della rappresentazione continuamente ripetuta dello stato del nostro corpo: di qui l'angosciosa perdita di sé dei pazienti affetti da anosognosia, che sono condannati a una conoscenza "oggettiva", esteriore del proprio corpo passato, perché la loro mente non percepisce più il suo stato presente. E di qui anche la polemica anticartesiana di Damasio, contro il dualismo cartesiano - la netta separazione di mente e corpo - e subordinatamente contro la priorità della mente sul corpo, che sarebbe espressa dal celebre "Cogito ergo sum". Per Damasio, al contrario, la mente deriva dal corpo e anzi dall'intero corpo, non solo dal cervello.

Qualche tempo fa Gianni Vattimo sottolineava l'importanza, per la filosofia, del pensiero filosofico fatto dai non addetti ai lavori. Non credo che avesse in mente libri come questo, perché citava la critica d'arte, le teorie sui media, le riflessioni sul costume, ecc. Se la filosofia, tra i suoi vari scopi, ha anche la comprensione di che cos'è essere umani, sembra a me che queste riflessioni di un neurobiologo portoghese-americano ci dicano cose più radicali e più illuminanti di molte analisi della contemporaneità, che in fondo hanno sempre a che fare con episodi effimeri - anche se per noi significativi - della vicenda della nostra specie.

L'immagine mostra una sezione del cervello umano e l'integrazione sostenuta da Damasio tra neo corteccia (in rosa) e sistema limbico antico (in azzurro). Lo stimolo emotivo si divide in due strade, una inferiore e una superiore. La parte bassa sente le emozioni, circolo in rosso, elabora i ricordi ed accede ai  sentimenti.  L'altra strada va dritta alla parte superiore ed elabora flussi di pensieri colorati dai sentimenti! Papez nel 1937 aveva già elaborato un percorso del genere. La genialità di Damasio sta nell osmosi tra antico e nuovo, le emozioni non sono animalesche, ma colorano i flussi di pensieri e sentimenti!

martedì 26 aprile 2016

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO IN ETA’ EVOLUTIVA 1



I DISTURBI
DEL COMPORTAMENTO IN ETA’ EVOLUTIVA


§  quando possiamo parlare di disturbi del comportamento
§  quali sono
§  cosa li determina
§  come si manifestano
        cosa possiamo fare

ASPETTI   PSICOLOGICI